venerdì 20 ottobre 2017

SENZA MEMORIA E SENZA DESIDERIO 9







Hélène e Simone De Beauvoir

Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir


«Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;
poscia rivolsi a la mia donna il viso,
e quinci e quindi stupefatto fui;
ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso
tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo
de la mia gloria e del mio paradiso».
(Dante Alighieri, Paradiso, XIV, 31-36).



Jean-Paul Sartre


Closerie des Lilas

Simone de Beauvoir



Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre attraversarono quasi tutto il XX° secolo come due comete luminose, ma sarà che il loro forte impegno sociale li ha inscritti molto profondamente nelle vicende del loro tempo, sarà che l’impegno non è più di moda e l’intellettuale, il filosofo e lo scrittore preferiscono le passerelle dei talk show e civettare sui social network alle proteste e alle rivendicazioni sociali, sarà che le mode cambiano vorticosamente anche in termini di pensiero, sarà che tendiamo a dimenticare in fretta e a consumare tutto come fosse un prodotto, un detersivo che lava più bianco del precedente, o una merendina che è ancora più buona e più sana di prima, che oggi li abbiamo dimenticati.
Eppure, se ancora oggi parliamo di libertà, se ci domandiamo ancora se uomo o donna si nasce o lo si diventa, se la quotidianità può essere pensata in modo rigoroso e se possiamo fare filosofia sulla vita, se dobbiamo partire dall’individuo concreto e concretamente esistente e abbandonare ogni astrazione e ogni idealismo, se l’uomo possa vivere isolato o è immerso nella vita degli altri uomini, se la donna sia un essere umano al pari dell’uomo e non tutto ciò che l’uomo non vuole essere, se possiamo porci il problema dell’autenticità e se possiamo pensare di andare al cuore stesso delle cose, al nucleo dell’esistenza,  lo dobbiamo fondamentalmente a loro due.
Stavano girando a vuoto da qualche anno, lei scrivendo romanzetti da poco e lui vagheggiando una improbabile filosofia della distruzione, quando il loro comune amico, Raymond Aron, aprì i loro occhi; stavano seduti come sempre a chiacchierare al Bec de Gaz, in Rue de Montparnasse sorseggiando la specialità della casa, un cocktail all’albicocca, mentre Raymond si mostrava entusiasta del suo anno di studio presso l’Istituto Francese di Berlino e, soprattutto, si mostrava entusiasta della “fenomenologia”, un nuovo modo di fare filosofia che insegnava a Freiburg, nel Baden-Württemberg, un certo professor Edmund Husserl.
Ad un certo punto, molto accalorato Raymond si rivolse al suo vecchio amico dai tempi dell’École normale supérieure, dicendogli: «Vedi, mon petit camerade – “mio piccolo compagno”, come egli lo chiamava affettuosamente fin dai tempi della scuola – se sei un fenomenologo, puoi parlare di questo cocktail ed è filosofia!». 
Sartre si illuminò come Parigi durante l’Esposizione Universale del 1900, quando venne chiamata la Ville Lumière, esisteva davvero un modo rigoroso per parlare delle cose e delle persone così come sono, per andare al cuore stesso delle cose (come si era espresso un altro filosofo tedesco, Martin Heidegger, allievo di Husserl, per definire la fenomenologia: zu den Sachen selbst … alle cose stesse, aveva scritto nel suo straordinario Essere e tempo)?


Tomba di famiglia Lacoin

Simone, Françoise e Hélène de Beauvoir

Jean-Paul Sartre e Albert Camus




Si poteva davvero parlare di questo cocktail all’albicocca, di Simone, di Raymond, di Jean Paul, delle loro futili chiacchiere, di questo loro momento insieme e fare filosofia vera, produrre pensiero rigoroso, senza per questo rivolgersi al soggetto trascendentale kantiano, al der Geist hegeliano, al mondo iperuranico delle Idee di Platone, agli intermundia di Epicuro, superando l’opposizione fra realismo e idealismo, iniziando ogni discorso a partire dalla coscienza di ogni singolo individuo per arrivare a conoscere il mondo così come ci si offre e noi stessi così come siamo?
A leggere tutti quei filosofi dalle lunghe barbe bianche sembrava quasi che la verità, le cose importanti di cui debba occuparsi un pensatore stiano sempre al di là, oltre se stesso, nella divinità, nelle leggi di natura, in qualche altra dimensione, che poi è quella "vera", mentre il mondo reale sarebbe solo una brutta copia; e anche quando parlano dell’uomo, si riferiscono all’Uomo, a quello trascendentale, all’essenza stessa dell’umano, mai a te, a me, a lui … pareva che per pensare bisognasse scordarsi di essere ciò che si è.
Sartre non stava più nei pantaloni per la gioia di quella rivelazione, corse nella prima libreria nel Boulevard Saint-Michel, chiese tutto ciò che avevano in francese sulla fenomenologia, acquistò il libro di Lévinas La teoria dell’intuizione nella fenomenologia di Husserl (che fu tutto ciò che riuscì a trovare), e iniziò con impazienza a leggerlo per strada strappando i bordi delle pagine perché in quell’epoca i libri venivano pubblicati intonsi, con le pagine incollate l’una all’altra, da tagliare con un tagliacarte.
Che stupidi erano stati lui e Simone, avevano letto la lezione Che cos’è la metafisica? di Martin Heidegger, pubblicata sulla rivista Bifur insieme ad uno scritto di Sartre tratto dal suo La Légende de la Vérité e ne avevano concluso: “… non ne vedemmo l’interesse poiché non ci capimmo niente” (Simone de Beauvoir, L’età forte, p. 68).
Husserl stava dimostrando che poteva darsi un pensiero rigoroso che molto meglio di ogni filosofia empirica o idealista e meglio di ogni scienza poteva dar conto dei fenomeni superando l’impasse kantiana fra fenomeno e noumeno, perché il fenomeno non è ciò che appare in contrapposizione a ciò che una cosa è, non è qualcosa che può venire colta dai nostri sensi né tantomeno ce ne possiamo impadronire col pensiero e con le congetture.


Famiglia De Beauvoir - Collage

Martin Heidegger

Café de Flore - Jean-Paul Sartre, sotto l'occupazione nazista 

Closerie des Lilas

Simone de Beauvoir


Il fenomeno husserliano viene colto esclusivamente attraverso l’intuizione eidetica dalla coscienza, che coglie l’essenza stessa delle cose, mentre scienza e filosofia possono addirittura portarci fuori strada e dobbiamo operare un’epoché, una messa fra parentesi delle conoscenze che ci giungono attraverso questa via.
Heidegger aveva applicato l’intuizione eidetica al soggetto, all’individuo concreto, all’essere, per fondare il proprio pensiero sulle radici dirette dei filosofi presocratici, quelli che potevano permettersi di dire: “L’essere è e il non essere non è”, anzi all’esser-ci al da-sein, che indica sempre l’individuo concreto scagliato sempre e comunque in una situazione concreta.
Nessuna disciplina, nessuna scienza, nessuna filosofia e nessun pensiero si interrogavano sull’essere stesso, nessuno osava andare al cuore stesso dell’essere, nessuno osava porsi la domanda del senso stesso dell’esistenza, che per Heidegger sarà il tempo e per Sartre sarà la libertà; ci si occupava d’altro, di rapporti logici o matematici fra gli eventi, che magari ti permetteranno di far atterrare l’Apollo 11 sulla luna, ma non ti diranno nulla di Neil Armstrong e di Buzz Aldrin, chi sono, perché sono li, che senso stanno dando a quella loro esperienza e alla loro esistenza, e quando si era costretti a pensare all’uomo, all’essere, lo si rendeva talmente etereo, astratto ed impersonale da essere chiunque e, dunque, nessuno. 
L’essere che è ciascuno di noi è sempre disperso nei suoi dati anagrafici, nella sua storia episodica, nel far parte della natura o della cultura, tutto ciò che è viene spiegato riducendolo a regole fisiche, o chimiche, alla sua appartenenza al mondo animale, alle leggi della biologia, alla cultura e all’ambiente in cui è immerso e a qualsiasi altro principio esterno al soggetto stesso, nessun sapere parte dal fatto che l’uomo è libero e capace di fare una scelta e di dare un senso a ciò che fa e a ciò che è.
Per Sartre, invece, rappresentare: “… noi stessi come il frutto passivo della razza, della classe, della professione, della storia, della famiglia, dei nostri geni, delle influenze subite nell’infanzia, degli eventi e persino di impulsi occulti del subcoscio che a nostro parere sono al di fuori del nostro controllo” (Sarah Bakewell, Al caffè degli esistenzialisti. Libertà, Essere e Cocktail, Campo dei Fiori Editore, Roma, 2016, p. 183) è un atto di malafede (mauvais foi).



Closerie des Lilas


Emmanuel Lèvinas


Da sx Michelle Vian - Simone de Beauvoir - Olga Bost

Maurice Merleau-Ponty


E frutto di malafede sono dunque gran parte della filosofia e tutta quanta la scienza, che diluiscono il soggetto in qualcos'altro, che cercano sempre e comunque all’esterno l’essenza e il senso di ciò che è, e mai all’interno, nel soggetto stesso, mai anche solo per gioco arrivano a supporre che l’essere nella sua assoluta libertà costruisca se stesso e il suo senso man mano che procede nella sua esistenza, mai sospetteranno che esiste un pensiero che mi rende presente a me stesso, che mi riconduce a me e mi trasforma, che io anticipo me stesso in questo mio procedere, realizzandomi.
Come scrisse Sartre: “L’esistenza precede l’essenza” (Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanesimo, Mursia, Milano, 2016, p. 50-51), che vuol dire molto banalmente che nessuna essenza, cioè nessuna determinazione o etichetta può definirmi, perché nel momento in cui penso di essere qualcosa sono già qualcos’altro, perché quest’atto mi modifica, l’unica verità è l’esistenza stessa, la mia libertà di essere e il percorso o il processo stesso della mia esistenza.
Eppure, se avessimo voluto avremmo già potuto cogliere da almeno 2500 anni circa l’emergenza e la necessità per il pensiero di pensare a cose concrete e reali, all’individuale e non all’universale; Talete, il saggio di Mileto vissuto fra il VII° e il VI° a. C.: “A chi chiedeva che cosa fosse nato prima, la notte o il giorno, «La notte» rispondeva «prima di un giorno»”. (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Libro primo, Laterza, Roma-Bari, p.14).
Ciò che per moltissimo tempo a tutti coloro che l’hanno letto è sembrato un aneddoto, un saggio di arguzia, un indovinello, era in realtà un principio basilare di ogni pensiero, il punto di partenza di ogni filosofia, la condizione essenziale per la ricerca di ogni verità: posto in termini universali, il dilemma se la notte preceda il giorno, o se l’uovo preceda la gallina o viceversa, non è risolvibile; si risolve solo se alla Notte e al Giorno, all’Uovo e alla Gallina sostituiamo una determinata notte, un determinato giorno, un particolare uovo e una particolare gallina, solo in questo caso possiamo decretare se questa notte ha anticipato questo giorno, o se è questa gallina che ha fatto quest’uovo, oppure dall’uovo che abbiamo visto prima è nata questa gallina.
Solo se possiamo partire a pensare dall'individuo concreto possiamo poi applicare il frutto del nostro pensiero all'individuo stesso così com'è, possiamo incidere sulla sua vita concreta, altrimenti o non avremo alcun effetto sul soggetto reale o lo avremo a condizione di snaturarlo, di alienarlo da ciò che è, da farlo diventare oggetto.





Georges Dudognon -Sartre-Vian-De Beauvoir-Olga Bost-Boris Vian. Café de Flore, Paris, 1950.

Edmund Husserl




Non c’era nulla da fare, lui e Simone erano giunti tardi, i tedeschi era arrivati come al solito prima di loro ed essi potevano soltanto correre, agitarsi e gridare, come il Bianconoglio di Alice: “Marianna! Mariannissima! …   Sono in ritardo! In arciritardissimo! … Uh, poffare poffarissimo! È tardi! È tardi! È tardi! -  Alice: Questo sì che è buffo. Perché mai dovrebbe essere tardi per un coniglio? Mi scusi? Signore! - Bianconiglio: Macché! Macché! Non aspettano che me! In ritardo sono già! Non mi posso trattenere! -  Alice: Dev'essere qualcosa di importante. Forse un ricevimento. Signor Bianconiglio! Aspetti! - Bianconiglio: Oh, no, no, no, no, no, no! È tardi! È tardi, sai? Io sono già in mezzo ai guai! Neppure posso dirti "ciao". Ho fretta! Ho fretta, sai?”.
Era davvero tardi, i filosofi tedeschi li avevano preceduti di misura, ancora un po’ e avrebbero pubblicato loro la teoria sartriana della “contingenza”, fortuna che Heidegger, almeno leggendo Lévinas, sembrava non averci ancora pensato, ma non si sa mai, i crucchi sono diabolici, una ne fanno, cento ne pensano, e sicuramente Martin doveva aver già accarezzato con le sue mani lubriche, unte di wurstel, salsicce e krauti, le bianche scogliere della sua “contingenza”.
Urgeva correre ai ripari, Simone-Alice e Jean-Paul Bianconiglio non avevano altro tempo da perdere, Sartre si convinse che doveva recarsi a Berlino a studiare direttamente il pensiero fenomenologico di Husserl e quello ontologico di Heidegger nella loro lingua originale, fu così che Raymond Aron si mosse affinché al suo petit camerade fosse assegnata una borsa di studio per recarsi presso l’Istituto Francese di Berlino, nonostante le croci uncinate naziste si stessero per inerpicare nel Reichstag e i bagliori del Bücherverbrennungen, che polverizzavano la cultura europea presente nella capitale tedesca, fossero una sinistra eco di ciò che si preparava da li a poco.
Non si poteva più essere i primi, è vero, però si poteva fare meglio dei “fritz” o dei “boche” (da caboche, testone), magnakrauti o magnakartoffeln, e Sartre si recò a Berlino fra il 1933 e il 1934; ci vollero dai 10 ai quindici anni di maturazione e di affinamento e una guerra in mezzo alla coppia filosofica francese per dare una risposta ai tedeschi: l’Essere e il nulla fu pubblicato nel 1943 e il Secondo sesso nel 1949.
Ma questa non è una storia del pensiero o della filosofia occidentale, il mio intento qui è quello di occuparmi del desiderio (e della memoria) di Sartre e della De Beauvoir, e tutta questa premessa è importante solo per introdurre il fatto che con loro due la filosofia diventava letteratura, si poteva filosofare narrando, si poteva parlare di un albero, un castagno, che Roquentin, il personaggio de La nausea, descrive con una accuratezza incredibile, come se fosse una parte di sé ma, soprattutto, si poteva vivere filosoficamente, secondo concetti e principi formulati in piena libertà.


Jean-Paul Sartre

Jean-Paul Sartre, Paris, 1944.

Jean-Paul Sartre


Jean-Paul Sartre


Si poteva esprimere la propria beatitudine nell’ascolto della canzone  Some of These Days o la propria epidermica repulsione per tutto ciò che è vischioso e appiccicoso (la viscosité o la visqueux, viscosità o vischiosità appiccicosa saranno argomento dell’Essere e il nulla) e verso i corpi, la bocca e le labbra “bagnate d’esistenza” (La nausea p. 139), che riflette l’analoga idiosincrasia di Sartre, indizio del suo orrore della contingenza in cui non esiste alcuna necessità intrinseca nell’accadere delle cose.
Anzi queste possiedono una “ecceità” incoercibile e una libertà assoluta, per cui possono essere o non essere o essere diverse da ciò che sono o dovrebbero essere e dei suoi problemi con le donne e i loro umori corporei, per cui il rapporto sessuale era per lui molto breve, senza preliminari, pura consumazione e autosoddisfacimento, senza porsi il problema del godimento della donna.
Simone de Beauvoir nasce a Parigi nel 1908, al numero 101 di Boulevard Montparnasse, all’angolo col Boulevard Raspail, nel Quartiere Latino, che da li a qualche anno sarà luogo di residenza e di ritrovo di artisti e letterati e che lei stessa contribuirà a rendere famoso; la famiglia appartiene di diritto all’alta borghesia cattolica, il de particella nobiliare che precede il suo cognome fa presumere origini aristocratiche, di cui però si è persa ogni eco perché Simone non ne parla e perché seppure la famiglia abbia delle frequentazioni e delle conoscenze altolocate, non possiede i mezzi economici per appartenere a questo mondo, visto che il nonno prima e il padre successivamente avevano dilapidato la fortuna di famiglia.
La madre Françoise  è ultracattolica e bigotta, esercita un controllo sulle figlie fin quasi all’età adulta (apriva loro la posta prima di consegnarla) e trasmette loro una certa rassegnazione tutta femminile riguardo alle loro sorti sia come donne sia in quanto nate in una famiglia con poche risorse, era contraria a che le figlie continuassero gli studi, solo la determinazione di entrambe e l’alleanza col padre la spunta.
Quest’ultimo, George Bertrand è avvocato, poco accorto nel gestire i propri affari, ma dotato di una buona cultura che tentò di trasmettere alle figlie stimolandole a leggere Kipling, Verne, Fenimore Cooper, …; gli piaceva molto recitare i versi e le commedie di Moliere, Racine, Rostand, non potendolo fare come professione, perché era disdicevole per un uomo della sua estrazione sociale, si diletta a farlo per gli amici in teatri amatoriali e per le figlie, la moglie e i familiari in casa.


Jean-Paul Sartre

Closerie des Lilas

Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir

Simone de Beauvoir



Dal momento che non sono benestanti alle due bambine viene trasmesso fin da subito un certo pessimismo circa il loro futuro, senza alcuna dote non potranno fare alcun matrimonio prestigioso, dovranno accontentarsi di sposare un borghese, un funzionario, un impiegato, forse saranno persino costrette a lavorare; è in questo pessimismo che si insinua in Simone e nella sorella Hélène (detta Poupette) un desiderio incoercibile di rivalsa.
Se la loro nobiltà è perduta, se le loro sostanze sono state dilapidate loro faranno di tutto per elevarsi socialmente con le loro sole forze, con i loro talenti con la loro ambizione … Simone diventerà un’ottima scrittrice mentre Hélène tenterà di diventare una passabile pittrice, senza tuttavia mai eccellere e raggiungere il successo, nonostante la sorella avesse attivato tutte le sue conoscenze perché venisse notata, persino una visita di Picasso ad un suo vernissage, in cui questi esprimeva i suoi apprezzamenti in presenza della stampa.
Simone darà aspra battaglia per emanciparsi dalle paludi del cattolicesimo e del bigottismo materno, dal suo controllo ossessivo e dal timore che le figlie la superassero e fossero più felici di lei, e dall’ambizione paterna che dava mandato ereditario alle figlie di riconquistare la perduta nobiltà, non più con la nascita e il privilegio, ma in maniera schiettamente borghese con le opere e con il lavoro assiduo … quanto ci sia riuscita la sua vita e le sue opere sono li a testimoniarlo.
Nel periodo dell’adolescenza vive due grandi amori, il primo per Elisabeth Lacoin ( che nelle sue Memorie chiama Zazà… “Dove sta Zazà, uh, Maronna mia!”), ragazza irrequieta e ribelle che la conquista proprio col suo anticonformismo; in realtà Elisabeth era molto legata e molto dipendente dalla madre, con la quale aveva un rapporto passivo-aggressivo, ora di franca ribellione ora di assurda acquiescenza e rassegnazione.
La madre di Elisabeth, esempio classico del moralismo, della crudeltà e della codardia della borghesia parigina, era contraria a che la figlia frequentasse la De Beauvoir e fu ancora più contraria all’amore che la figlia manifestava per il giovane Maurice Merleau-Ponty (Pradelle nelle Memorie): poiché i due giovani si amavano, questa donna per ostacolarli e far si che la figlia sposasse qualcuno a lei gradito, minacciò il ragazzo di rivelare a tutti ciò che sapeva della madre di lui, cioè che sua madre fosse stata infedele al marito e almeno uno dei suoi tre figli non era legittimo.


Robert Doisneau

Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir al Bec de Gaz

Jean-Paul Sartre

Jean-Paul Sartre



Merleau-Ponty, legatissimo alla madre vedova, rinunciò ad Elisabeth, adducendo a pretesto che non voleva ferire sua madre annunciando un loro fidanzamento ufficiale, secondo lui per la donna sarebbe stato uno shock troppo forte che i suoi tre figli stessero per lasciarla contemporaneamente, visto che la sorella di Maurice stava per sposarsi e il fratello maggiore, sposato, era in procinto di partire per il Togo.
Elisabeth in un primo tempo accettò questa spiegazione del fidanzato, poi volle vederlo e per farlo infranse il veto di sua madre di frequentarlo, in un giorno di pioggia battente si recò a casa di lui, ma non vi trovò nessuno, lo attese a lungo sotto la pioggia, finché la madre di Maurice non rincasò e la trovò sulla porta.
Dopo un momento di smarrimento la ragazza la accusò di insensibilità e di non volere la felicità sua e quella di suo figlio, era febbrile e in stato confusionale, la povera donna cercò di tranquillizzarla finché non rientrò il figlio che accompagnò a casa Elisabeth, prima di andarsene lei lo rimproverò per non averla mai baciata e pretese da lui un bacio.
Rientrata in casa, sua madre si spaventò molto nel vederla in quello stato , chiese spiegazioni al giovane e saputo ciò che era successo si dichiarò favorevole alle loro nozze, se era questo ciò che volevano, anche la signora Merleau-Ponty si disse d’accordo, ma era già troppo tardi, la ragazza emotivamente molto scossa, era febbricitante e delirava, ,diceva cose senza senso come: “Il mio violino, Pradelle, Simone e champagne” (Memorie, p. 368).
Venne chiamato un medico, che la fece ricoverare d’urgenza nella clinica di Saint-Cloud, qui Elisabeth presagendo la morte sembra abbia detto a sua madre: “Non vi addolorate, mamma cara. In tutte le famiglie c’è qualcuno da buttare via” (Ibid. p. 368), morì di meningite o di encefalite da li a poco.


Simone de Beauvoir dans les bras de sa mére, Françoise, quand elle n'avait pas encore une année de vie.1908.

Simone de Beauvoir, right, with her close friend Élisabeth “Zaza” Lacoin, , circa 1928

By Charis Tsevis.


Jean-Paul Sartre


L’altro suo grande amore, il cugino Jacques Champigneulle, di qualche anno maggiore di lei, la attraeva per la sicurezza e la nonchalance con cui attraversava la vita, era anch’egli ribelle, gran viaggiatore, ostentava una conoscenza del mondo che incantava la giovane cugina, le narrava le sue avventure (quasi tutte) e la consigliava nelle scelte di vita o dei libri da leggere, proponendole Gide, Proust, Radiguet, Claudel, Jemmes, allora considerati molto in voga.
Nonostante qualcuno abbia parlato di storia d’amore, e qualcun altro abbia aggiunto l’aggettivo “intensa”, pare che fosse un amore a senso unico, cioè Simone amava il cugino Jacques il quale non ricambiava se non altro perché di questo amore non ne sapeva niente.
Ciò che rese friabile fino alle briciole questa passione furono alcune constatazioni che la ragazza fece, come quella di non essere proprio in cima nei pensieri dell’amato, visto che quando era in viaggio non le indirizzava manco una cartolina e le mandava i suoi saluti attraverso la posta che mandava ad amici comuni (dunque agli altri scriveva!).
E alcune indiscrezioni che venne a sapere, che distrussero ogni idealizzazione ed ogni stima riguardo al cugino; pare che Jacques, come molti dei suoi coetanei, avesse circuito e sedotto una povera ragazza proveniente dalla provincia, l’aveva allettata stordendola con i divertimenti che una città come Parigi offriva e con l’illusione di vivere in una favola dove tutto era possibile, anche che un Champigneulle potesse sposare una provinciale di classe meno agiata, e poi l’aveva abbandonata dall’oggi al domani senza una spiegazione, senza una parola e, vigliaccamente, senza farsi rintracciare.
Ciò che aveva deluso maggiormente Simone fu di scoprire che il cugino non era affatto quello spirito libero e ribelle che lei pensava, egli non era in realtà molto diverso dai suoi coetanei che seducevano le provinciali ancora spaesate o le ragazze delle classi inferiori, perché le loro pari grado erano educate molto severamente perché si abbandonassero con i maschi ai giochi d’amore, l’illibatezza delle fanciulle era considerato un valore essenziale dalla borghesia per poter fare un matrimonio decoroso e conveniente anche a Parigi.
Inoltre, il caro cugino Jacques uscì definitivamente dal cuore di Simone perché accettò di sposare una certa Odile Riaucourt (sorella di Lucien, amico di Jacques), che non conosceva affatto e che si era incapricciata di lui dopo averlo visto una sola volta, solo perché aveva una cospicua dote, e fu così vigliacco da non avere il coraggio di comunicarlo personalmente la cosa a Simone, ma di aver delegato la comune amica Olga ad annunciare le sue nozze.