venerdì 23 settembre 2016

UN UOMO ALL'ALTEZZA




«Ragionando, sarei forse riuscito a convincere la mia mente, ma non il mio sangue, ed era il mio sangue che mi teneva in vita, era il mio sangue che mi scorreva dentro, dicendomi che mi ero sbagliato. Mi abbandonai al mio sangue e lasciai che mi trasportasse fino al mare profondo dei miei inizi. […]. Questo è l’oceano e questo è Arturo. L’oceano è reale e Arturo crede che lo sia. Poi volto le spalle al mare e non vedo altro che terra. Continuo a camminare e la terra si estende fino all’orizzonte. Un anno, cinque anni, dieci anni, senza vedere il mare. Cos’è accaduto al mare, mi dico? Il mare è qui, rispondo, nel magazzino della memoria. Il mare è un mito. Non è mai esistito. E invece c’era! Lo so perché sono nato sulle sue sponde, mi sono bagnato nelle sue acque! Mi ha nutrito e mi ha dato pace, e le sue affascinanti distanze hanno alimentato i miei sogni! No, Arturo, il mare non è mai esistito. Non è che desiderio, il tuo, ma continua pure a camminare nel deserto. Non lo rivedrai mai più, il mare. È un mito in cui una volta hai creduto. Eppure sorrido, perché ho ancora il salino nel sangue, e la terra, con tutte le sue strade, non riuscirà a confondermi, perché il mio sangue tornerà alla sua sorgente. […] E la notte verrà, e con essa i dolci oli delle mie marine, versati su di me da chi ho abbandonato per inseguire i sogni della mia gioventù».
(John Fante, 1939, Chiedi alla polvere, Einaudi, Torino, 2004, pp. 113-115).





Immagina di ricevere una telefonata, sul tuo telefono di casa, da parte di uno sconosciuto che dice di chiamarsi Alexandre e che ti chiama “Casa”, voce sensuale, baritonale, maschia, accattivante, esprit vivace, densa di ironia leggera che ti sfiora appena senza mai essere invadente.
Ti dice che ha ritrovato il tuo cellulare che avevi perso, lui era li quando te ne sei andata via dopo aver litigato con Coso li … Bruno … poi hai chiuso il cellulare e sei uscita di corsa dimenticandolo, lui ha cercato nella tua rubrica, ha trovato “casa” e ti sta chiamando … che facciamo? Lo rivuoi indietro, vero?
Aspetta, aspetta, ma se hai assistito a tutto, se hai visto che dimenticavo il cellulare - obietti - perché non mi hai rincorso per restituirmelo subito? Perché volevo rivederti - ti replica lui sfacciatamente - sai se rincorri qualcuno e gli porgi il cellulare che ha dimenticato, questa ti ringrazia, non ti guarda nemmeno in faccia e va via, io voglio che mi guardi in faccia almeno.
Di  certo questo tipo è impertinente, chi si crede di essere per pretendere di rivedermi, per esigere un invito … a cena no, con uno sconosciuto poi … a pranzo nemmeno … una colazione, un drink, un caffè …; lei sbuffa, nicchia, sta sulla difensiva, ma ne è stuzzicata, lusingata, sedotta, soggiogata dal suo osare, dalla sua sfrontatezza, e anche dai modi garbati e intelligenti, ironici e divertenti che sfoggia questo tizio.
Alle donne piace il maschio sfrontato, sicuro di sé, ma dovrete accompagnare la vostra sfrontatezza con molta ironia e intelligenza, dovrete essere aerei e lievi nella vostra faccia tosta, perché una certa pesantezza, una certa rigidità, l’imperdonabile errore di credere davvero di essere irresistibili e non di recitarlo soltanto, potrebbe cambiare improvvisamente il registro interpretativo e il vostro atteggiamento diventa aggressività, arroganza, narcisismo.






Lui la vuole rivedere, vuole un’opportunità, certo, questo è chiaro, il maschio è sempre chiaro in quello che vuole, lei non si capisce cosa voglia, il suo cellulare? Sicuro, ma allora perché indossare un vestitino nero molto sexy, il tacco d’ordinanza, perché truccarsi e pettinarsi meticolosamente, perché quel passo deciso e sicuro che ha solo una donna bella che sa di essere bella, tanto che per strada i maschi si girano a guardarla … e siamo in Francia, non in Italia, perché tutto l’insieme del suo portamento e del suo atteggiamento stona moltissimo con quella borsa da lavoro, che porta con sé come se volesse far credere che si è momentaneamente assentata dai suoi impegni per sbrigare una spiacevole incombenza, un noioso contrattempo?
Quando accetti di andare ad un appuntamento al buio ti aspetti di tutto, ma ciò che si presenta davanti ai suoi occhi va al di la di qualsiasi aspettativa; Alexandre è un uomo bello, affascinante, elegante, intelligente, divertente, travolgente, ironico, …, ma è alto appena un metro e trentasei, compreso di scarpe, tacchi e sovratacchi. 
Nonostante i suoi modi gentili e divertenti, scatta immediatamente l’imbarazzo, oddio cosa faccio, faccio finta di niente, come se la sua altezza non fosse importante, come se io vedessi tutti i giorni uomini alti un metro e trentasei? Ma non è naturale, e irrigidirebbe tutta la conversazione, come se ci trovassimo nella cella frigorifera di un ristorante, in genere si evita ciò che si pensa di non poter affrontare, e per l’interessato è più imbarazzante, più umiliante, che uno faccia finta di non vedere la sua diversità: in genere il diverso è abituato a persone che lo guardano troppo e con insistenza e a persone che non lo vedono affatto o che fanno finta di non vederlo, a chi lo disprezza, lo odia e lo prende in giro per la sua diversità, e a chi lo ignora o fa finta di non vederlo o lo tratta come se fosse normale.
Questo film è il remake dell’argentino Corazon de Leon (2013) , il titolo originale in lingua francese è  Un homme à la hauteur, tradotto correttamente in spagnolo con  Un hombre de altura, solo noi italiani trasformiamo un “uomo” all’altezza in un “amore” all’altezza … è semplicemente assurdo, perché un amore è sempre all’altezza, mentre noi uomini quasi mai siamo all’altezza del nostro amore, quasi mai siamo all’altezza dei nostri sentimenti.
L’argomento affrontato, ma questo lo avrete già capito, è quello molto attuale della diversità; ogni popolo, ogni civiltà, ogni villaggio, ogni clan, ogni gruppo costituito, ciascuno di noi ha affrontato o deve affrontare prima o poi il tema della diversità: la diversità altrui, degli altri che non siamo noi, non sono io, che incontrano, e dell’altro che c’è in me, del diverso che sono io, della parte di me che non accetto (l'Ombra, avrebbe detto Carl Gustav Jung), che cerco di non vedere e che puntualmente mi presenta il conto quando meno me lo aspetto, magari credendo di risolvere un problema relazionale, so in realtà risolvendo anche e soprattutto un problema intra-psichico.






In molte culture l’altro viene inserito nel tessuto sociale a qualche titolo, non si cancella la sua diversità, ma si struttura su di essa un senso per cui anche questa diversità trovi il su posto nella società, e il diverso viva una vita dignitosa; presso  molti popoli il diverso è “toccato” dalla mano divina, non lo si insulta e non lo si disprezza, trova il suo posto insieme agli altri e troverà anch’egli il suo destino nel corso della vita.
Ci sono culture, come quella indiana, verticistiche e fortemente strutturate, dove ciascuno è in funzione della sua nascita, del censo, dal gruppo da cui proviene, e la mobilità sociale è nulla, dove il disprezzo per il diverso si mantiene inalterato, esistono caste superiori, caste inferiori, “intoccabili”, ma nessuno di questi per quanto disprezzabile esce dal tessuto sociale, ciascuno vi trova parte e vi svolge la sua funzione, come se nel complesso ogni casta fosse un organo del corpo sociale, come il cuore, il fegato e la milza sono i vari organi del corpo umano, ciascuno con il suo compito, ciascuno che svolge funzioni superiori o inferiori, ciascuno che elabora materie più o meno nobili.
Nella nostra civiltà, quella occidentale, quella che ha radici ebraico-cristiane e greche, l’altro è sempre un problema, gli spartani eliminavano fisicamente i loro neonati rachitici o deformi, gli antichi romani li buttavano giù dalla Rupe tarpea, almeno nei secoli bui della nascita dell’urbe, gli ateniesi non erano così crudeli, tuttavia ogni anno durante le Tergelie (feste in onore di Apollo), la comunità sceglieva uno dei suoi membri marginali, afflitto da deformazioni fisiche o da patologie psichiche, e lo metteva al bando, accompagnandolo in processione alle porte della città; questa procedura era chiamata kátharsis, cioè "purificazione" e l'individuo cacciato era detto kátharma o perípsema (immondizia), in questo modo la città pensava di liberarsi dalle contaminazioni che potevano essere presenti nel gruppo sociale.
Non devo ricordarvi nel dettaglio la caccia alle streghe, agli stregoni, le crociate contro gli eretici, quelle in terra santa, i pogrom, le guerre di religione, la ghettizzazione dell’ebreo, la cacciata dei mori, la lotta accanita contro i sodomiti, l’eugenetica, i campi di concentramento, l’olocausto, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (l’avrebbero mai lanciata in Germania o in Italia?).
E quando queste aggressioni si scatenano, escono fuori le idee più mostruose, le convinzioni più deliranti, i fantasmi più spaventosi, gli incubi più terribili dell’umanità in cerca di qualcuno su cui riversare tutte le proprie frustrazioni, le proprie paure, la propria incapacità di vivere bene.





È sempre sospesa l’annosa questione, mai risolta, se l’aggressività sia originaria e fondativa nell’uomo, cioè se l’uomo gode nel fare del male ai propri simili e nel distruggerli, e molte cose farebbero propendere per questa soluzione, come l’esistenza della perversione, che riduce l’altro ad oggetto nelle proprie mani, di cui posso farne ciò che voglio, l’inclinazione a fare guerre per futili motivi, la lunga scia di sangue con cui è scritta la storia dell’umanità, le violenze gratuite e terribili che si scatenano non appena la patina di civiltà che ci siamo dati sbiadisce un po’.
Oppure, se l’aggressività dipenda dalle frustrazioni: Hitler sarebbe stato solo un bravo pittore se solo fosse stato accettato all’Accademia delle Belle Arti di Vienna? O dipenda dalla paura, più abbiamo paura dell’altro più lo fuggiamo o, se la fuga non è praticabile, lo aggrediamo come se ne valesse della nostra stessa sopravvivenza.
Alexandre è sempre stato così, è rimasto piccolo di statura, non sa cosa vuol dire essere alto, non riesce a fare la differenza, per lui la sua “normalità” sono i suoi 136 cm, i problemi gli giungono dal rapporto con l’esterno, con gli altri, che lo considerano un nano, un mezzo uomo, lo disprezzano (come se fosse dipeso da lui essere basso), non lo accettano, non lo prendono sul serio.
Ma l’opinione altrui, fortunatamente, non cambia in peggio il suo carattere, anche se necessita comunque di qualche compensazione, di qualche talismano: guida una macchina enorme, possiede una casa enorme, un cane enorme, una colf straripante, è un architetto di successo, baciato dalla fortuna negli affari, si lancia col paracadute, è bravo a giocare a ping pong, ed ha una voglia matta di stupire le donne che lo interessano, di strabiliarle, di rimanere impresso nella loro mente.
Diane, dal canto suo, è costretta a fare i conti con la sua continua ambivalenza, da un lato c’è un uomo che la attira sempre di più, dall’altro ci sono tutti quegli stereotipi su come dev’essere l’uomo dei sogni, e certamente sull’altezza non si discute, l’uomo da amare non può essere assolutamente al di sotto della media nazionale anzi, è necessario che sia anche qualche tacca sopra se vuole avere qualche speranza.





L’altezza è una cosa importante nella nostra cultura, diciamo che altezza è mezza bellezza, un principe azzurro che non sia alto non è nemmeno immaginabile, e tutti i film romantici ci presentano un eroe dal metro e ottanta in su; quelli bassi al massimo fanno ridere, nel rinascimento erano i buffoni di corte, oggi non potrebbero fare nemmeno i cattivi al cinema, perché nessuno li prenderebbe sul serio.
Diane deve imparare ad uscire dai suoi stereotipi, deve imparare ad amare quest’uomo così grande da essere il migliore fra tutti quelli che ha mai conosciuto, e nello stesso tempo, il più piccolo di statura: Diane deve imparare a porsi alla sua altezza, e quando dico porsi intendo dire salire alla sua altezza; lui deve imparare ad accettare il fatto che può essere amato esattamente come chiunque altro, senza che debba fare i salti mortali per conquistare una donna.
Un film così è oggi possibile in Francia, può nascere in Argentina, può essere proposto in Spagna, non trova molta eco in Italia, dove imperano i film barzelletta, quelli in cui si ride del diverso per esorcizzarlo, senza alcuna elaborazione della diversità e, alla fine, se proprio vogliamo essere buoni, se proprio si tratta di una commedia, dopo tanto deridere il diverso, troviamo per lui un lieto fine che gli si confaccia … ridicolo pensare che un nano possa essere amato da una bella donna, meglio fargli incontrare un’altra nana, magari carina, allo sfigato la sfigata, al brutto la brutta, la down la down e così via.
Io questo film l’ho incrociato per caso al Piccolo Edera, una piccola sala di un metro e trentasei … scherzo, i cinepanettoni fanno più audiens, Checco Zalone fa la coda, esci da questi film e hai il vuoto nel cervello, hai riso per un’ora e mezza di gente più “sfortunata” di te, lieto che ci sia qualcuno più sfigato, hai il vuoto pneumatico in testa e non vedi l’ora di mangiare hamburger e patatine e di riprendere in mano il joystick della play station.
Il nostro cinema si è appiattito sulla mancanza di idee, sulla ricerca della risata facile, sulla barzelletta continua senza trama, a certi nostri attori comici se togli loro il romanesco fanno piangere invece che ridere, è come togliere il sedere a Jennifer Lopez … qualcuno ricorda qualche sua meravigliosa interpretazione? E se vi chiedessi così a bruciapelo di che colore ha gli occhi? Scommetto però che nessuno ha dimenticato il suo sedere, gli uomini perché lo desiderano, le donne perché vorrebbero averlo uguale.





Attrice, cantante, show girl passabile, passabilissima, godibile, godibilissima, ma senza quel meraviglioso fondo schiena sarebbe ancora a cantare nelle feste paesane, fra birra, hamburger e patatine; lei lo sa, e amministra oculatamente il suo talento.
In assenza di una cultura che possa farti superare l’impatto col diverso, che in questi anni è drammatico, cruciale e inevitabile, diverso che affrontiamo, purtroppo con le stesse categorie mentali dei crociati che partivano per la terra santa o con quelle più recenti dei fratelli Vanzina o di Checco Zalone, l’incontro con l’altro è un percorso in cui dobbiamo essere disposti a cambiare in itinere anche più volte gli stereotipi iniziali, dobbiamo essere disposti a costruire insieme all’altro gli strumenti e i criteri su cui basare la relazione.
L’amore è un caso particolare, anche se forse è il caso più complicato, di incontro col diverso, un partner, sia che abbia il tuo stesso sesso, sia che abbia il sesso opposto al tuo, è un ALTRO, e in quanto tale scatta anche con lui il dispositivo de conoscere e dell’accettare la diversità.
Qualcuno pensa che dovremmo sviluppare la comprensione, l’empatia, la tolleranza, qualche altro (di ispirazione cattolica) crede che basti l’occhio per occhio biblico o l’ama il prossimo tu come te stesso per regolare i rapporti amorosi: le prime soluzioni sono troppo recenti perché la loro condanna sia definitiva, ma si sono già rivelate ampiamente insoddisfacenti, mentre il Vecchio e il Nuovo Testamento in diversi millenni di rodaggio sono riusciti a provocare conflitti più cruenti, violenze inimmaginabili, incomprensioni stratosferiche.
Non si può ripagare l’altro con la stessa moneta con cui ci paga lui, per il semplice fatto che io e l’altro siamo diversi, e per ciascuno bisogna trovare la moneta giusta con cui poterlo ripagare, l’occhio o il dente che più gli si addice; ama il prossimo tuo … non si può obbligare nessuno ad amare un altro, e poi … è proprio il prossimo che facciamo più fatica ad amare, tanto più mi sei vicino e tanto meno posso amarti perché i sentimenti si complicano, all’amore (se esiste) si aggiunge l’invidia, la gelosia, l’odio, l’aggressività, la vendetta per i torti ricevuti.






Non si può amare il prossimo, si può amare solo il remoto, la parabola del buon samaritano insegna proprio questo, l’uomo giaceva a terra, carico di botte, più morto che vivo, su una strada non molto battuta; il sacerdote lo vide e passò oltre, lo vide anche il levita e proseguì, una samaritano lo vide, si fermò e lo soccorse.
L’uomo a terra era israelita, israeliti erano anche il sacerdote e il levita, troppo vicini, troppo prossimi, non potevano soccorrerlo, quell’uomo era Israele percosso a morte, erano loro stessi agonizzanti, non potevano soccorrersi da soli, un samaritano invece, che non era considerato un giudeo, che a livello religioso era creduto come uno scismatico, che persino Cristo invita a non predicare nelle terre di Samaria (Matteo, 10,5), può vederlo, considerarlo altro da sé e soccorrerlo.
Ma allora, cosa rimane? Che tu sia per me un enigma, sconosciuta e inconoscibile, un mistero che non conoscerò mai, un mistero familiare però, un mistero che gravita intorno alla mia orbita come io gravito nella tua, un arcano da scoprire, da esplorare, da conoscere, qualcosa che si rinnova periodicamente come la fase lunare e la marea … “che tu sia per me il coltello col quale frugo dentro me stesso” (Franz Kafka, Lettere a Milena, Praga, 14 IX 1920).
Se solo pensassi che mi sei perfettamente nota, mi afferrerebbe di te la noia e l’abulia, finché vedo in te nuove terre di conquista, questo stimola la mia curiosità e la mia fantasia. Rimarrei con te anche tutta la vita, solo se tu fossi ogni giorno una donna diversa, eppure sempre la stessa donna, ed io sarei ogni giorno un uomo diverso, eppure sempre lo stesso uomo. 








giovedì 15 settembre 2016

SCRIBI & FARISEI APOCRIFI








“La maggior parte degli uomini è malvagia”. (Biante di Priene, in Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, TEA Laterza, Roma-Bari, Libro I, Cap. V, 87, p. 33).








Su questa vicenda l’unica cosa sensata che ho letto sono le pubbliche scuse di Peter Gomez su Il Fatto, su tutto il resto stenderei soltanto un velo pietoso.
Fino al suicidio di questa ragazza io non sapevo niente di ciò che le stava accadendo, niente delle sue immagini e dei video che circolavano, niente del dileggio e del disprezzo che le girava intorno, niente della vasta eco che avevano assunto.
Tuttavia credo di saperne quanto ciascuno di voi, quanto ne sanno tutti, vale a dire non ne so niente, non so cos’è accaduto veramente, non so chi era Tiziana Cantore, non so chi erano i suoi amici, chi e perché ha divulgato immagini e video confidenziali, perché hanno suscitato immediatamente tanto clamore (davvero la vita di molti è tanto vuota da entusiasmarsi o da inviperirsi per qualche video hard?).








Gomez, che pure apprezzo molto come giornalista e ancor di più per queste parole autocritiche che si è sentito di scrivere a posteriori, dice che se avessero saputo che non si trattava di un fenomeno di costume, ma di un fatto di cronaca, non avrebbero mai pubblicato il pezzo.
Esplicitamente ammette che se si fosse trattato di una  emergente attrice porno in cerca di pubblicità gratuita, era lecito scriverci e scherzarci sopra, se quelle immagini fossero invece state estorte con la forza, la minaccia o il ricatto, o ancora se tutto fosse partito da un gioco osè un po’ esibizionistico per giungere a una diffusione non prevista e a conseguenze drammatiche non contemplate, allora tutta la vicenda sarebbe stata trattata in maniera completamente diversa.
Perdonatemi se non capisco la differenza, perché nel primo caso fai da grancassa gratuita ad un lancio pubblicitario e nel secondo stimoli comunque la morbosità dei tuoi lettori; di fronte a quelle immagini e di fronte alla reazione dei tanti, molti, oceanici decerebrati che popolano l’etere, zombi sempre alla ricerca di plasma fresco che li tenga in vita, perché sono ormai incapaci di vivere una vita propria, io avrei soltanto cercato di capire cosa stava succedendo.








Solo così Gomez avrebbe potuto stabilire se si trattava di un fenomeno di costume o di un fatto di cronaca, anzi sono sicuro che una volta compreso avrebbe realizzato che non ha senso dividere gli eventi in costume, cronaca, politica o quant’altro.
Questa vicenda è passata per il dileggio, lo scherno, la satira feroce, il disprezzo, l’aggressività che è stata rivolta verso questa ragazza, allo scherno, alla satira, al disprezzo, all’aggressività verso chi l’ha criticata, verso chi ha divulgato del materiale “intimo”, verso chi usa espressioni come “se l’è cercata”, verso chi, magari semplificando troppo o francamente andando a farfalle, emette sentenze moralistiche o pseudo-scientifiche per dare conto di ciò che è successo.
Sia gli uni sia gli altri sia i media che veicolano gli uni e gli altri, senza avvedersene, fanno parte dello stesso circo mediatico; moralisti e indignati, sbeffeggiatori e difensori d’ufficio, tutti muniti della stessa aggressività gli uni contro gli altri, nutrono entrambi le stesse curiosità morbose e alimentano il circuito della perversione mediatica.









A nessuno interessa che una ragazza di 31 anni si sia impiccata col suo foulard, dopo aver tentato pochi giorni prima un suicidio, dopo aver tentato di cambiare nome, città, lavoro, frequentazioni, identità, dopo che tutto ciò che credeva essere la sua vita, le sue amicizie, le complicità, gli affetti, si sono frantumati miseramente allo stesso modo in cui si sono sbriciolate le case dei terremotati dal Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo.
Contrariamente a loro, però, Tiziana si è trovata improvvisamente da sola,  disperata, con un’immagine di sé in frantumi, non più a suo parere ricucibile (oggi che viviamo di immagine, oggi che l’immagine è tutto … e lei lo sapeva perfettamente visto che aveva affidato alle sue immagini osé il suo valore in quanto donna piacente e desiderata), e con addosso quel senso di “inaiutabilità”, come se la sua vita si fosse spezzata definitivamente, che l’hanno condotta a porre termine alla sua esistenza.
L’uomo d’oggi, più che fare esperienze, vive di reminescenze, non sapendo vivere in prima persona vive attraverso gli altri, che siano politici, gente di spettacolo, persino scienziati spettacolarizzati, trattati come se fossero delle stars, resi icone mediatiche al di le ed oltre il significato delle loro scoperte scientifiche, che viene immancabilmente travisato, quando non addirittura reso superfluo, perché abbiamo così tanto bisogno di idoli, che non abbiamo bisogno di motivi validi per cui uno possa diventare celebre per davvero.







L’immagine è più ambita e ricercata della cosa stessa che rappresenta, l’immagine di un nudo è più ambita del nudo stesso davanti ai miei occhi, un rapporto virtuale più ricercato di quello reale, perché il rapporto mediato dall’immagine (dal significante, avrebbe detto Lacan) è più rassicurante e non sappiamo più da tempo rischiare un rapporto vero fra due persone senza interporvi in mezzo un qualsiasi significante che ha la funzione di tenere in piedi il rapporto, non a caso Lacan diceva che il significante matrimonio fa si che i due partner non si sbranino a vicenda, non sempre, è vero.
Poi, mentre il piacere del contatto reale è effimero, se non lo sai trascrivere nel tuo cuore, e noi non sappiamo più scrivere il reale, l’immagine è una cosa che permane e che ti da l’illusione di avere potere sulla cosa che rappresenta, di possederla, e spesso nei rapporti umani accade proprio così, come una profezia che si auto-avvera, se possiedi l’immagine possiedi anche ciò che rappresenta quell’immagine.
Possedere l’immagine o il filmato porno di Tiziana è quasi come possedere la sua anima (e poi prendiamo in giro quei selvaggi che non vogliono essere fotografati perché temono che tu possa rubare loro l’anima), ti da il potere di poterla ricattare, di averla in tuo potere, di farla gioire o soffrire e persino di distruggerla fisicamente o moralmente o di indurla a spezzare la sua vita.








Il post sarebbe finito qui, tutto ciò che segue è ciò che avanza, cose pensate dopo e che per inserirle nel testo principale lo dovrei riscrivere e sovvertire; ve le lascio qui, che ne facciate ciò che volete:

Se non c’è immagine non esiste neanche la cosa che essa rappresenta e se non lo dice il tg o non lo trovi in rete un fatto non è mai successo … un’immagine è feconda se ti stimola a conoscere meglio ciò che rappresenta non se si sostituisce al reale … viviamo ormai immersi in una rete di significanti e abbiamo perso il contatto con i significati, con gli altri.
… si cerca in questo modo il dominio e la sottomissione dell’altro e il controllo delle proprie tendenze simili attraverso il controllo e la segregazione dell’altro, l’altro svilito, vilipeso, umiliato, ridotto ad essere subumano mi ricorda perennemente ciò che sarei io se non controllassi i miei stessi impulsi così simili ai suoi.
Quando discutiamo se è giusto ciò che Tizio ha fatto, se sia giusto farlo o non farlo, stiamo in realtà rinforzandoci a vicenda, stiamo cercando un motivo, una gratificazione sociale per non farlo, questo perché sul piacere che proveremmo nel farlo non abbiamo dubbi.






Il moralismo serve soltanto a controllare i propri impulsi omologhi a ciò che si condanna e a creare la propria appartenenza ad un gruppo superiore, che si contiene, e l’appartenenza dell’altro ad un gruppo inferiore, che invece non sa contenersi: si è subumani perché non ci si contiene e non ci si contiene perché si è subumani, questa la logica dei moralisti con la bava alla bocca.
Un esempio?
Il vicepresidente del Corecom Marche, Francesco Capozza, scrive in un primo tweet: “''Scusatemi, attaccatemi pure, ma io non posso concepire il suicidio di per sé, ancor meno se una vacca che si fa video hot poi arriva a tanto''. Tradotto: se prima era solo una “vacca”, ora è una “vacca suicida”.
E poi: 'Ritengo di avere usato impropriamente un termine offensivo e me ne scuso'', il primo. E ancora: ''chiedo scusa per il tweet di ieri se ha offeso la memoria di una povera ragazza. Volevo dire, da cristiano, che il suicidio non è una soluzione''.   
Che volete che vi dica, dopo questo per me è più offensivo dire “cristiano” che non dire “vacca” a qualcuno.